Compositore, arrangiatore, direttore d'orchestra. Per Valter Sivilotti la musica è l'impegno professionale di una vita e una passione totalizzante che lo ha portato a collaborare con artisti italiani e internazionali dai concerti nei teatri al palco di Sanremo

Musicista, compositore e direttore d'orchestra, è nato a Udine nel 1963. A tredici anni ha fatto la sua prima esperienza in sala di registrazione, a 24 ha tenuto il suo primo recital da pianista e presentato la sua prima composizione.
È stato l'inizio di una carriera che lo ha portato a collaborare, come compositore e arrangiatore, con decine di artisti italiani e internazionali, spaziando dalla musica d'autore, al jazz, dalla musica classica a quella etnica. È direttore artistico dell'Accademia Musicale Naonis di Pordenone e docente al conservatorio “Tomadini” di Udine e nel 2025 è salito sul palco di Sanremo per dirigere l'orchestra durante l'esibizione di Simone Cristicchi con cui ha realizzato diversi importanti progetti.
All'inizio della sua carriera, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, ha anche suonato più volte a scopo benefico per la UILDM di Udine. La redazione di WheelDM ha incontrato a “A Distanza minima” Valter Sivilotti.
Da giovane che musica ascoltava?
Sono partito con la musica popolare e da giovanissimo già suonavo in diversi gruppi. Il primo di cui ho fatto parte era un gruppo da ballo composto da giovanissimi. Io avevo 9 anni e il più grande ne aveva 11. All'epoca, era l'inizio degli anni Settanta, ascoltavo i successi del momento che si sentivano alla radio, come gli Abba. Negli anni successivi mi sono orientato su ascolti un po' più sofisticati. Ho cominciato a seguire i Pink Floyd, gruppi rock come i Deep Purple, e poi la musica progressive come i Genesis, Emerson, Lake & Palmer.
Qual è stato il suo percorso di formazione?
È stato molto diversificato. Ho studiato pianoforte e composizione in conservatorio, ma parallelamente mi sono interessato alla musica jazz insieme a Glauco Venier. Ho approfondito la musica classica fino a un certo punto e poi ho dato un taglio netto e sono tornato alla musica popolare perché penso che è grazie alla musica popolare che il linguaggio della musica cambia costantemente.
Cosa l'ha spinta a intraprendere gli studi di composizione?
Mi sono avvicinato alla composizione “classica” alla soglia dei 20 anni sicuramente perché ero curioso, lo sono sempre stato. In Conservatorio a Udine ho incontrato un grande maestro, Daniele Zanettovich, molto rigoroso e molto severo. Il suo era un corso veramente molto impegnativo che però ci ha dato veramente delle basi molto solide che tutt'ora mi sono indispensabili per fare al meglio il mio lavoro.
Per chi vuole studiare composizione è cambiato qualcosa rispetto a quando iniziò lei? Ci sono dei corsi specifici?
Il conservatorio è diventato un percorso universitario, quindi non ha più l'indipendenza che aveva all'epoca. Inoltre il corso che seguivamo allora era veramente impegnativo ed era concentrato sulla materia principale, mentre quelle complementari non erano più di quattro o cinque, fra le quali pianoforte, armonia e storia della musica. Ci dedicavamo tantissimo alla composizione e anche i compiti a casa tra una lezione e l'altra ci impegnavano per molte ore. Adesso i ragazzi che seguo anch'io al conservatorio sono impegnati a frequentare tantissimi altri corsi, sicuramente interessanti e formativi, ma che li distolgono dal percorso principale. Non si riesce ad approfondire la materia come si dovrebbe, perché non c'è il tempo di farlo.

Valter Sivilotti con Simone Cristicchi
Secondo lei la scuola fa abbastanza per la musica? La renderebbe obbligatoria fino al termine delle superiori?
La musica è un linguaggio che mette in gioco non solo la razionalità, ma anche la parte irrazionale, la parte emotiva, quindi mette in moto dei meccanismi che altre discipline non riescono ad attivare in quel modo. È un'espressione artistica. Inoltre se uno si avvicina a uno strumento o comunque si mette in gioco con il canto, c'è anche un'attività psicofisica molto importante. Ritengo che sarebbe auspicabile che rientrasse nei programmi di tutto il percorso formativo fino alle scuole superiori.
Per un giovane oggi è più facile o più difficile costruirsi un percorso nel mondo della musica?
È diverso perché adesso abbiamo molte opportunità. Possiamo avere visibilità attraverso i social, anche se è vero che attraverso i social c'è anche molta dispersione ed è difficile controllare questo percorso. All'epoca noi per ascoltare certa musica dovevamo andare in negozio, acquistare i dischi in vinile o i CD. Possedere quell'oggetto, quel disco, comprato magari con i risparmi di qualche settimana, era comunque una grandissima gioia. Farsi conoscere in maniera adeguata è anche molto complicato. Bisogna avere la fortuna di incontrare le persone giuste.
Compone, insegna e suona. Quale fra queste attività sente più sua?
Non l'ho ancora capito. Sono sempre passato da una all'altra, anche perché sono tutte collegate. Forse se dovessi dare una priorità, sceglierei la scrittura. Il pianoforte poi è stato il mio strumento, quindi ritornare al pianoforte, come faccio spesso, è sempre molto gratificante.
Quando scrive una musica originale, da cosa parte la sua ispirazione?
C'è quel quell'attimo, quel momento magico in cui nasce una piccola idea. Nei giorni che seguono ti deve convincere ancora, devi continuare a sentirla come vera. Nel nostro lavoro di composizione la maggior parte delle cose che scriviamo in realtà le buttiamo il giorno dopo perché non le riconosciamo come buone. Poi c'è un lavoro che è anche molto artigianale, di mestiere che ti permette di sviluppare questa piccola idea. E anche questa è un'ulteriore verifica, perché se l'idea germinale è forte anche il lavoro di sviluppo sarà molto più facile.
Come interpreta il suo ruolo di direttore artistico dell'Accademia Naonis?
La direzione artistica non l'avevo contemplata nel mio percorso, poi mi sono trovato in una situazione particolare. Collaboravo con l'Accademia Naonis di Pordenone da molti anni e quando il suo direttore artistico, Beniamino Gavasso, è mancato prematuramente, mi è stato proposto di prendere la direzione di questa orchestra. L'ho subito orientata verso un percorso che esplora i nuovi linguaggi, le nuove produzioni, mette insieme linguaggi diversi. E in questo campo in pochi anni l'orchestra è diventata un riferimento anche a livello nazionale.
Quanto conta per lei il legame con il territorio? Quanto c’è della sua terra, il Friuli, nella sua musica?
È inevitabile che il legame col territorio si rifletta in quello che uno fa, soprattutto nell'arte. La nostra terra è un po' particolare perché siamo a cavallo tra diverse culture, il mondo latino e il mondo balcanico. Abbiamo questa doppia sensibilità che ci dà il grande dono di capire sia la musica latina sia la musica slava. Inoltre, come la Slovenia e l'Austria, facciamo parte della Mitteleuropa. Siamo un popolo che a livello di sensibilità artistica è molto aperto, molto più di altri.

Inquadra con il telefonino e guarda il video dell’intervista ad Valter Sivilotti
L’intervista si può vedere anche sulla pagina Facebook di WheelDM e sul sito della UILDM di Udine
Lei ha vinto il bando dell’Istitût Ladin Furlan “Pre Checo Placerean” per la composizione dell'inno ufficiale del Friuli.
L'inno è nato da una cellula che avevo scritto qualche anno prima, una cellula di tre note. Quel piccolo incipit, per me era qualcosa di molto legato al territorio, di molto friulano. Quando è uscito il bando dell'inno sono partito da quelle tre note e per il testo mi sono affidato a Renato Stroili, un autore che già conoscevo, un grande conoscitore della nostra terra e della nostra lingua. Gli ho chiesto di scrivere un testo con una metrica particolare, almeno per il primo incipit, e ho sviluppato la parte musicale partendo dalla piccola cellula che avevo già creato. Ne è nata una composizione che ha convinto la giuria, che l'ha scelta come inno del Friuli, e che tuttora riconosco come legata al nostro territorio.
Mentre dirige ha modo di rendersi conto delle reazioni del pubblico?
Il pubblico lo percepisci subito. Anche se sta dietro di te e anche se sta in silenzio, percepisci subito la sua attenzione. Gioca un ruolo importantissimo perché un concerto in sostanza non è qualcosa che tu imponi, è uno scambio di energie. Per questo le situazioni più scomode sono quelle in cui il pubblico è lontano, come capita, per esempio, in certi teatri dove la buca dell'orchestra è chiusa e questo impedisce di percepire appieno l'attenzione del pubblico.
Che effetto fa dirigere l'orchestra di Sanremo? Che esperienza è stata partecipare al festival?
È stata una bella esperienza. Ho ritrovato in orchestra molti colleghi che già conoscevo e questo mi ha consentito di lavorare in maniera molto serena. Le prove per il festival cominciano più o meno un mese e mezzo prima a Roma. Devo dire che sono rimasto veramente colpito da tutta la professionalità, da tutto l'impegno che c'è per realizzare questa manifestazione, che è unica nel suo genere. Inoltre, insieme a mia moglie, Franca Drioli, ci occupiamo anche del percorso Area Sanremo che è il percorso giovanissimi. Ragazzi dai 16 anni ai 29 anni che presentano i loro brani inediti e non hanno ancora un produttore o un'etichetta discografica. Noi li seguiamo dopo il concorso e facciamo fare loro dei laboratori di formazione e poi li presentiamo anche al pubblico.
Come si rapporta con i componenti delle orchestre con cui suona? Che tipo di direttore è?
Mi dicono che sono un direttore autorevole, tuttavia sono consapevole del fatto che mi sto rapportando con dei colleghi e questo è molto importante perché è un lavoro di collaborazione. Il direttore d'orchestra collabora con i musicisti e certo deve imporsi, ma ci deve essere un equilibrio in questa imposizione. I musicisti sono molto diversi tra loro. Si dice che non è il musicista che sceglie lo strumento, ma è lo strumento che sceglie il musicista. Un violinista ha un carattere molto diverso rispetto a un clarinettista. Il cornista ha un carattere molto diverso rispetto a un contrabbasso.
Le prove servono anche a questo?
Il rapportarsi all'orchestra non è una cosa così immediata, perché entrano in gioco anche delle dinamiche umane che uno deve cogliere. Purtroppo i tempi di prove per gli allestimenti si riducono sempre più. A volte capita anche che le prove saltino del tutto per qualche imprevisto. È capitato anche con Simone Cristicchi. Al venerdì abbiamo provato il nostro set che doveva durare circa mezz'ora, poi la produzione ha cambiato idea e la domenica pomeriggio abbiamo cambiato repertorio e siamo andati in diretta praticamente senza provare. Comunicavo con i musicisti attraverso il mio archetto, dando delle indicazioni in diretta. E questo capita sempre più frequentemente.
Lei spazia dalle composizioni per le orchestre alle collaborazioni con artisti della musica pop. La distinzione tra musica “colta” e musica “leggera” ha ancora senso?
Quando distinguiamo la musica colta dalla musica leggera, sostanzialmente distinguiamo la musica del passato dalla musica moderna. L'orchestra classica è cresciuta nei secoli e si è consolidata come linguaggio e come tipo di espressione. È un grosso patrimonio che abbiamo, è la nostra tradizione. Quello che cerco di fare da sempre è di traghettare questa orchestra, questo modo di fare musica verso i nuovi linguaggi. E quindi metto a confronto l'orchestra classica con musicisti pop e jazz, che hanno un'altra formazione. Sono convinto che se vogliamo salvaguardare il passato l'unica maniera è portare questo modo di far musica nel presente, altrimenti rischiamo di perdere tutto questo patrimonio.
Grazie alle nuove tecnologie possiamo sentire la musica ovunque e accedere a un repertorio infinito. Ma la nostra capacità di ascolto è migliorata?
Non so se la nostra capacità di ascolto è migliorata, sicuramente i nostri tempi di concentrazione sono molto limitati. Credo che ci siano veramente poche persone in grado di rimanere concentrate su musiche del passato che si esprimevano con tempi molto lunghi, come le sinfonie. In passato era molto più facile perché ascoltare musica era un privilegio ed era comunque un'opportunità molto limitata nel tempo, una novità molto forte che suscitava un'attenzione molto forte. Adesso la musica la ritroviamo in ogni dove e questo sicuramente ci toglie questa curiosità.

Valter Sivilotti durante l’intervista
Lei ha collaborato con tantissimi artisti. C'è qualcuno che l'ha particolarmente colpito e arricchito artisticamente?
Ricordo sempre con molto affetto e con molta stima i cinque anni di tour che abbiamo fatto con Milva. Io avevo scritto per Milva le musiche per “La variante di Lüneburg”, un testo teatrale tratto dall'omonimo libro di Paolo Maurensig. È stato un momento molto bello della mia carriera perché ho avuto il piacere di collaborare con una delle più grandi artiste, non solo a livello italiano, ma a livello mondiale. Ho apprezzato tantissimo Milva per la sua professionalità, la sua umanità e la sua serietà. Non c'è stato un secondo in cui lei non abbia dato sul palcoscenico il 100% di sé stessa. E questa energia la diffondeva a tutti noi. Quel tour è stato una cosa indimenticabile.
Se si guarda alle spalle cosa la rende più orgoglioso?
Aver scelto di fare certi progetti al posto di altri, ossia aver chiuso delle finestre e verificato che poi effettivamente si sono aperti dei portoni. Aver scelto di intraprendere dei percorsi che a breve termine non hanno dato grandi risultati, ma poi adesso, dopo tanti anni di impegno, stanno dando veramente dei risultati e di questo sono orgoglioso.
Cos'ha in serbo il 2026 per Walter Sivilotti?
Innanzitutto un altro Sanremo. Sarò sul palco del festival con una grandissima artista come Patty Pravo e con una canzone molto bella di un collega che conosco molto bene, Giovanni Caccamo. Poi ci sono tantissime altre cose: a novembre abbiamo debuttato con un nuovo progetto con U.T. Gandhi e lo riproporremo in regione anche nel 2026 e ho in programma un tour estivo con Jacob Collier, un artista straordinario. Ritroverò di nuovo Ute Lemper, una grandissima artista internazionale, e incrocerò un'altra artista nuova per me che è Eliane Elias, una jazzista, cantante e pianista. Inoltre ci sarà tutta l'attività con la Naonis, con cui a Pordenone riproporremo “Talk radio”, il progetto con Alessio Boni e i testi di Angelo Floramo, che racconta la storia vera, che avevo scoperto quando lavoravo a Gorizia, di una radio americana che si era insediata dopo la guerra a Gorizia e che per sei mesi ha trasmesso per gli americani con una big band che settimanalmente arrivava da Trieste e si esibiva in radio con degli artisti importanti. E poi ci sono tante altre cose che affronterò a tempo debito per non ingombrarmi troppo la mente.