
Artista senza maestri, riconosciuto da altri artisti, evitato dalla critica, Antonio Ligabue fu un pittore e scultore del XX secolo. Fece 1.000 opere, 80 incisioni, 110 sculture. Nacque in Svizzera a Zurigo nel 1899 e morì in Italia a Gualtieri, nella bassa Reggiana, vicino al fiume Po, nel 1965.
La sua infanzia fu travagliata per molteplici motivi: ristrettezze economiche, continui spostamenti, malattie fisiche e un disagio mentale che ne compromisero lo sviluppo.
Cambiò scuole diverse volte, fu espulso per il brutto carattere, ma fu bravo nel disegno. Ai tempi della scuola ci furono i primi ricoveri. Venne espulso dalla Svizzera perché in un momento di rabbia aggredì la madre adottiva che lo denunciò.
Arrivò a Gualtieri, paese paterno, senza saper parlare italiano e non conoscendo le tradizioni e la vita del paese. Questo gli fece tenere dei comportamenti per cui apparve strano ai compaesani ancor prima del disagio mentale. Visse dapprima in un capanno vicino al Po, rifugiandosi d'inverno in un fienile della villa Malaspina.
Dipinse soprattutto animali, parte della sua cultura la si deve a quando viveva in Svizzera, dove visitava spesso il giardino zoologico. Successivamente approfondì il tema, studiandone la muscolatura, andando dai veterinari e comprando libri.
Non faceva mere descrizioni su tela, ma si immedesimava negli animali che dipingeva, facendone anche il verso e atteggiandosi come li ritraeva nell'azione.
Gli animali per lui erano amici, sin dall’infanzia.
Giocare con gli amici, voleva dire andare nel bosco di San Gallo a giocare con gli scoiattoli e i ricci e fare casette per le lumache. Gli animali, con cui aveva un rapporto privilegiato, lo accettavano per come era, così come lui li accettava nel modo in cui usava ritrarli. Poteva comunicare con loro: gli bastava fare movimenti con le braccia e versi, che subito gli si raccoglievano attorno.
Venne deriso perché vendeva i quadri nelle piazze e nelle osterie.
E quando i suoi quadri non venivano apprezzati lui, in un impeto d’ira, era capace di romperli.
“La lotta di un falco aquila che assale una volpe” è un olio su tavola del 1941 e misura 88,5 cm per 69,5 cm.
Nell'azione azione cruenta che rappresenta sta una delle chiavi per capire il mondo fantastico di Antonio Ligabue che esorcizza la paura attraverso la rappresentazione della forza, identificandosi con l'animale che aggredisce?
Attraverso l’aggressività vince la timidezza.
Sullo sfondo, il paesaggio della memoria del cantone Svizzero dove c’è San Gallo, il suo paese natio con tratti nordici. Dove aveva frequentato l’unico museo, l’orto botanico e lo zoo, che gli rimarranno impressi in maniera indelebile nella mente.
Si passa poi alle sponde del fiume Po. La scena feroce è immersa in arbusti, foglie verdi, dove si trovano dipinti insetti diversi fra loro: farfalle, scarafaggi, millepiedi e uno scorpione. Le farfalle e lo scorpione si scontrano. Le prime sono il simbolo di una memoria felice, il secondo rappresenta l'infelicità e il destino doloroso di questo pittore.
L’azione di questo quadro è molto forte. Lo sguardo dei due animali si incrocia, anzi, è proprio diretto. Esprime il dolore che prova la volpe sentendo gli artigli nella schiena e la forza del rapace che non è intenzionato a mollare la preda.
Mi piacciono molto il cielo e il dettaglio delle piume, delle ali spiegate del rapace, con lo sguardo intenso atto ad aggredire. Il ricordo è lontano, ma presente e vivo nei toni del blu-azzurro. Il presente è un azione cruenta, immersa in una vegetazione brillante nella quale sono inseriti elementi sereni e amari che ben rappresentano l’autore.
Il quadro "Aquila che assale" (o versioni simili come "Aquila con volpe"), è conservato alla Fondazione & Archivio Antonio Ligabue di Parma.